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Passati da Mestre

Giacomo Casanova (scrittore e dongiovanni)
Ernest Hemingway (scrittore)
Papi, re, imperatori e condottieri che passarono da Mestre

 

Ernest Hemingway (scrittore)

1) Biografia:

Ernest Hemingway nacque il 21 luglio 1899 ad Oak Park (Chicago, Illinois), quinto figlio di una benestante famiglia protestante. Suo padre era medico e atleta e gli trasmise la propria passione per la caccia e la pesca: spesso arrivavano in barca fino alle parti più distanti della regione dei Grandi Laghi; Ernest da giovane praticava anche il pugilato e il rugby. Studiò ad Oak Park e il suo talento letterario fu scoperto dai suoi insegnanti; scappò di casa due volte, poi nel 1917 divenne reporter per il "Kansas City Star". Imparò le regole del lo stile giornalistico, la "pura scrittura oggettiva" che avrebbe poi utilizzato in tutti i suoi scritti. Infatti il suo stile era essenziale, semplice e -come fu definito- "primitivo".

Nel giugno 1918 Ernest si recò a Milano, quindi a Schio; alla fine si arruolò volontario come autista di ambulanza sul fronte italiano, vicino al fiume Piave: fu malamente ferito a Fossalta dalle schegge di proiettile di un mortaio e da alcune pallottole di un fucile, ma ricevette la medaglia d'argento italiana e la Croce di guerra americana grazie al suo coraggio nell'aiutare fli altri soldati pur essendo egli stesso ferito. Fu ricoverato per tre mesi in ospedale, dove si innamorò dell'infermiera statunitense Agnes von Kurowsky; anch'ella lo amava ma rifiutò la sua proposta di matrimonio. La sua esperienza sul fronte italiano sarebbe stata descritto in Very short passage e in Addio alle armi (1929), uno dei romanzi più belli mai scritti sulla Prima Guerra Mondiale.

Dopo il suo ritorno negli Steati Uniti, nonostante fosse ormai un eroe, Ernest non riuscì più ad ambientarsi. Era tormentato dallo spettro dellla guerra: cominciò a soffrire d'insonnia, perciò leggeva molto e beveva ancora di più. Lavorò come giornalista tra Canada e U.S.A., ma ormai era aduso alla vita attiva: si annoiava e pertanto decise di andare a Parigi (1922). Nella capitale franceseentrò in contatto con "La generazione perduta", un gruppo di scrittori in esilio che comprendeva Gertrude Stein, Ezra Pound, James Joyce e F.Scott Fitzgerald, che contribuirono a rinnovare lo stile di Ernest; nello stesso periodo seguì la guerra Greco-Turca. Immortalò anche Mussolini in una tagliente e lungimirante intervista.

Nel 1923 ebbe un figlio e pubblicò la sua prima opera, Three stories and ten poems. Poi iniziò a scrivere un libro dietro l'altro: In our time (1924), The torrent of spring (1926), Fiesta (1926, molto discusso), Men without women e Addio alle armi (rispettivamente 1927 e 1929, furono due grandi successi), Death in the afternoon (1932); dopo il 1929 e la crisi economica anche nelle opere di Hemingway il pessimismo crebbe: Winner take nothing (1933), Le verdi colline d'Africa (1935), Have and have not (1936).

Fu inviato in Spagna come giornalista duranteg la Guerra Civile Spagnola e vi prese parte, sostenebdo la causa repubblicana. descrisse quest'esperienza in diversi romanzi (il più famoso resta Per chi suona la campana), ma anche in una commedia e anche in una sceneggiatura cinematografica. Nel 1939 Ernest si recò a Cuba; nel 1941 raggiunse l'Estremo Oriente con la sua terza moglie e poi si trasferì in Florida (dopo lo scoppio della guerra tra Stati Uniti e Giappone) per pattugliare la costa con la sua barca da pesca, modificata allo scopo di individuare i sottomarini.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Ernest sbarcò in Normandia tra i primi soldati e poi entrò a Parigi assieme alle avanguardie partigiane: per il suo coraggio ricevette la medaglia di Bronzo. Nel 1946 si sposò per la quarta volta edal 1948 venne in Italia per qualche mese, che trascorse tra Mestre, Venezia e Cortina e che lo avrebbero influenzato per Di là dal fiume e tra gli alberi (1950). Il vecchio e il mare (1952) gli fece vincere il Premio Pulitzer per la fiction e contribuì a fargli ottenere il Premio Nobel del 1954. Un incidente aereo gli face correre il rischio di diventare cieco e gli causò una depressione e una lunga crisi nervosa, che lo condusse al suicidio. dopo un tentativo fallito, si suicidò il 2 luglio 1961, secondo la versione ufficiale "per un incidente, mentre puliva uno dei suoi fucili".

2) Il romanzo "Addio alle armi"

Si tratta di una storia d'amore autobiografica, il cui protagonista è il tenente americano Frederich Henry, un autista di ambulanze volontario. Assieme ad un suo amico, il dottor Rinaldi, conobbe un'infermiera, Catherine Barkley. Frederich e Catherine immediatamente si innamorarono. Frederich venne gravemente ferito durante un attaccco e venne curato in un campo di infermeria; durante il periodo di degenza, i suoi commilitoni gli portarono alcuni quotidiani italiani e americani trovati a Mestre, che costituiva l'immediata retrovia. Poi Frederich fu trasferito in un ospedale americano a Milano ma Catherine riuscì a seguirlo anche nella nuova sistemazione. Il viaggio in treno era stato molto lungo e difficile; per la seconda volta viene nominata Mestre, descritta qui come un importante snodo ferroviario: infatti il treno si era fermato a Mestre per alcune ore e il protagonista aveva avuto abbastanza tempo per chiedere ad un ragazzo del posto qualcosa da bere. A Milano Catherine restò incinta ma rifiutò la proposta di mattrimonio di Frederich perché se si fossero sposati, ella non sarebbe più potuta essere la sua infermiera personale. Comunque, Frederich si ammalò di itterizia alcolica, perciò dopo il ricovero fu costretto a tornare al fronte. Fu coinvolto nella ritirata di Caporetto; fu scambiato per una spia tedesca a causa del suo accento straniero ma riuscì ad evitare la fucilazione, scappando via fiume; giunse alla stazione di Mestre (dove riuscì a mettere qualcosa sotto i denti) in treno e alla fine raggiunse Milano con alcuni documenti falsi. Da lì si spostò a Stresa, dove si trovava Catherine, ma il barista del suo albergo li informò che Frederich era ricercato come disertore, perciò scapparono in Switzerland su una barca a remi: dopo alcuni mesi, a Losanna, Catherine morì di parto assieme al suo bambino.

Il titolo del romanzo suggerisce l'idea di un cambiamento radicale, di un "addio" ad un intero periodo. Ciononostante, il romanzo fu bandito sia negli U.S.A. sia in Italia (perché Mussolini non gradiva l'accennoalla ritirata di Caporetto).

Ciò che è evidente anche nel finale è la presenza del trinomio "violenza-orrore-morte", costante nelle opere di Hemingway. Egli descrisse la morte di diversi animali, in luoghi differenti e per svariate cause. Nella sua finzione, la vita è una lotta contro la natura e la morte è decisa dalle forze misteriose dell'esistenza: quel che è importante è il coraggio di ottenera la vera preda, che è la ricompensa morale, perché al di là delle azioni socialmente codificate non c'è null'altro se non la morte.

Anche la violenza è molto diffusa nei suoi romanzi: i suoi eroi sono di solito uomini dal carattere seplice e dalle emozioni primitive, come toreri e cacciatori, e ciò fece parlare taluni critici di una "filosofia della violenza". Comunque, Addio alle armi è in parte autobiografico: il protagonista è più complesso e anche le figure femminili sono meno marginali che in altri libri.

I romanzi di Ernest Hemingway sono stati definiti "works in progress", "libri aperti", che creano un triplo parallelismo tra lo scrittore, il personaggio ed il lettore, perché non sono mai meramente autobiografici e Hemingway fa acquistare loro un carattere oggettivo, universale: è il caso di Addio alle armi ma anche di The Nick Adams stories. Gli elementi autobiografici sono evidenti ma tutti i personaggi sono soggetti a qualche cambiamento: sia Ernest sia Frederich vennero feriti e si innamorarono di un'infermiera, Catherine rappresenta Agnes von Kurowsky ma ha anche alcune caratteristiche delle prime due mogli di Hemingway, tutte le infermiere corrispondono a quelle conosciute da Ernest nella realtà e anche il cappellano raffigura il preste che aveva battezzato Hemingway.

Per quanto riguarda lo stile, Addio alle armi hauna sintassi essenziale e colloquiale, caratterizzata da dialoghi semplici e brevi descrizioni (solitamente di paesaggi), secondo l'orientamento giornalistico e senza alcuna introspezione. Comunque, Addio alle armi presenta due brevi esempi di discorso diretto libero, proposto allo scopo di riprodurre i dialoghi di un sogno del protagonista.

 3) Hemingway e Mestre:

Mestre, in Addio alle armi (1929), è presentata secondo le sue due principali vocazioni, ovviamente enfatizzate dalla guerra:
1) come grande retrovia del fronte, come centro militare, cosa che Mestre è sempre stata fin dall'epoca romana;
2) come importante nodo ferroviario, fondamentale per i collegamenti tra il fronte da un lato e Milano oppure il Sud Italia dall'altro.
In Di là dal fiume e tra gli alberi (1950), invece, Mestre è vista più che altro come collegamento con Venezia e la laguna ma questo non impedisce a Hemingway di scrivere bellissime pagine su Mestre e di paragonarla addirittura a New York.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Ernest Hemingway fu spesso ospite delle famiglie nobili locali, grazie alla sua fama. Egli amava ampliare il suo mito: era solito andare a caccia a Caorle, nella tenuta del Barone Franchetti, passando da Mestre a bordo della sua limousine (con autista) lunga più di 11 metri e mezzo. Al ritorno si fermava spesso in uno stesso ristorante, collocato nelle immediate adiacenze di Piazza Ferretto.

4) Qualche passo:

Da Addio alle armi:

"Presi dal fascio un giornale inglese. [...] -Dove li ha presi? -Ho mandato a cercarli a Mestre. Ne avrò degli altri"

"L'indomani mattina partimmo per Milano [...] Fu un brutto viaggio. Restammo un pezzo su un binario morto prima di Mestre e i bambini venivano a curiosare. Mandai un ragazzino a cercare una bottiglia di cognac ma ritornò a dirmi che c'era soltanto grappa."

"Non si sa quanto tempo si resti in un fiume quando la corrente è veloce. Pare che sia molto e magari è molto poco. L'acqua era fredda e in piena e passavano molte cose che erano state strappate alle rive col salire dell'acqua. Ero fortunato ad avere un trave pesante a cui aggrapparmi, e giacevo nell'acqua gelata col mento sul legno tenendomi più comodamente che potevo con le due mani. Avevo paura che mi venissero i crampi e speravo di accostarmi alla sponda. Scendemmo il fiume in una lunga curva. [...] Non avevo mai dubitato di raggiungere la riva in un modo o nell'altro e mi sarei trovato male se vi fossi arrivato a piedi nudi. In un modo o nell'altro dovevo arrivare a Mestre. Guardavo la sponda avvicinarsi poi allontanarsi; poi riavvicinarsi."

"Procedevo nella campagna da nord e avevo attraversato due linee ferroviarie e molte strade e finalmente giunsi alla fine di un sentiero in una linea ferroviaria che costeggiava una palude. Era la linea principale da Venezia a Trieste [...] Passarono parecchi carri merci chiusi. Poi vidi un vagone basso aperto, di quelli che chiamano gondole, coperto di teli [...] feci un balzo e mi afferrai alle sbarre e mi issai [...] abbandonai la presa delle sbarre e mi gettai sotto il telo [...] ero dentro, sotto il telo coi cannoni. Avevano un odore pulito di olio e di grasso [...] Sapevo che dovevo scendere prima di arrivare a Mestre perché si sarebbero occupati di quei cannoni [...]"

Mi ero tolto le stellette ma soltanto per comodità [...] Ne avevo abbastanza [...] Desideravo che questo maledetto treno arrivasse a Mestre per poter mangiare e smettere di pensare."

"-Sono venuto in treno. Ero in uniforme allora. -Non c’era pericolo? -Non molto. Avevo un vecchio foglio di viaggio. Ci ho messo sopra le date a Mestre."

Da Di là dal fiume e tra gli alberi:

"Stavano avvicinandosi rapidamente a Mestre, e già era come andare a New York la prima volta che ci si andava, in passato quando era splendente, bianca e bella. Ce l'ho ancora fatta a vederla, pensò. Ma quello era prima del fumo. Stiamo entrando nella mia città, pensò. Cristo, che bella città"

"Svoltarono a sinistra e procedettero lungo il canale dov’erano attaccate le barche da pesca, e il colonnello le guardò e si sentì il cuore felice per le reti brune e le ceste di vimini da pesca e le belle file nitide delle barche. Non è che siano pittoresche. Al diavolo il pittoresco. Sono soltanto maledettamente belle. [...] Ora erano sulla strada rialzata tra Mestre e Venezia con i brutti stabilimenti della Breda [...] Non era un bel panorama [...], adesso, e quella strada rialzata non gli era mai piaciuta, a parte la velocità che consentiva [...]"

 


Papi, re, imperatori e condottieri che passarono da Mestre

Attila: A capo degli Unni passò dal nostro territorio nel 452, distrusse Altino e probabilmente anche Mestre.

Cangrande della Scala: Il 18 gennaio 1318, Cangrande della Scala sferrò due attacchi contro il Castello di Mestre.

Papa Pio VI: Nel 1782, diretto in Austria, fece tappa a Mestre e dimorò nella Villa Erizzo, come ricorda una stele affissa nella Cappella in cui il Pontefice celebrò messa.
(Francesco Scipione Fapanni, Il Terraglio ossia la strada da Mestre a Treviso e La strada da Mestre a Mirano, edito dal Centro Studi Storici di Mestre, Mestre 2001).

Napoleone Bonaparte: Dopo aver stipulato, il 18 aprile 1797, il Trattato di Leoben, Napoleone si precipitò a Mestre per cogliere di sorpresa Venezia. Egli giunse all'osteria di Marghera (così era all'epoca denominata una piccola area di Mestre poco a ovest di San Giuliano) la sera del primo maggio 1797. Il Doge di Venezia gli mandò incontro tre ambasciatori plenipotenziari, i nobili Alvise Mocenigo, Tommaso Condulmer e Giacomo Giustinian. Napoleone li fece sdegnosamente attendere, quindi partì in tutta fretta per Milano, facendoli ricevere dal commissario Haller, il quale si limitò a consegnare loro un documento scritto con le condizioni della resa di Venezia. Quando accettate dal Senato, il 12 maggio 1797, tali condizioni sancirono ufficialmente la definitiva caduta della Repubblica Serenissima di Venezia.
Qualche anno dopo, Napoleone Bonaparte fece costruire a Mestre il Forte Marghera.
Alla fine del novembre 1807, Napoleone transitò da Fusina (Mestre sud), in occasione della sua storica visita a Venezia, nella quale presentò la prima legge speciale per la salvaguardia della città lagunare.
(Giorgio Zoccoletto, La caduta della Repubblica di Venezia: Napoleone a Marghera in AA.VV., Storia di Mestre Atti della Scuola Seminario, a cura di Roberto Stevanato, edito dal Centro Studi Storici di Mestre - Gruppo di Ricerca Storica, Mestre 1999, pagina 131).

Johann Joseph Franz Karl Radetzky: Conte, feldmaresciallo dell'esercito austriaco nonché luogotenete generale delle Province Lombardo-Venete, fece il suo ingresso trionfale a Mestre e a Venezia il 30 agosto 1849, dopo che l'esercito austriaco aveva vinto la resistenza della Repubblica di Manin e sul Terraglio, a villa Papadopoli erano stati firmati i preliminari della resa.

Giuseppe Garibaldi: Nonostante non avesse programmato una visita a Mestre, il generale Giuseppe Garibaldi fu comunque convinto dalla giunta comunale di Mestre a sostare per un paio d'ore nella nostra città, in occasione di un suo spostamento da Treviso a Padova. Garibaldi giunse a Mestre il 5 marzo 1867, con il treno della 15,09. I notabili di Mestre misero a disposizione le loro carrozze per accompagnare il generale (che salì sulla carrozza del dottor Giorgio Gradenigo) in un corteo che dalla stazione attraversò Borgo dei Cappuccini, Piazza Maggiore, Borgo Palazzo e Borgo San Rocco. Garibaldi tornò poi in Piazza Maggiore, la cui denominazione era stata mutata per l'occasione in "Piazza Garibaldi" (scritta comunque fatta cancellare dall'amministrazione pochi giorni dopo) da alcuni ardenti garibaldini. In Piazza Maggiore Garibaldi fu accolto nel Palazzetto Da Re, per un ricco pranzo preparato dall'oste Paolo Gaggiato, con i vini e iliquori offerti dalla ditta Antonio Giacomuzzi. Dalla terrazza sul Palazzo Da Re, ancor oggi visibile, Giuseppe Garibaldi arringò la folla in un breve discorso che auspicava la presa di Roma, dicendo fra l'altro: "Vi andremo a dispetto di chi non vuole". Tornò poi sulla carrozza che lo riportò in stazione.
A Garibaldi era dedicato già dal 1866 a Mestre un modesto teatrino nella piazza Maggiore. Oggi gli è intitolato il Viale che congiunge Carpenedo a Mestre centro, già Viale dei Tigli.
(Sergio Barizza, Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo, Padova 2003).

Papa Giovanni Paolo II: Si recò in visita a Mestre nel 1983.


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